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Vitamina D, dal sole e dal cibo

18/08/2021
Info per il pubblico

La storia legata alla carenza di vitamine nel nostro organismo ha origini antiche. Pensate che addirittura Ippocrate, nel quinto secolo A.C. descriveva lo scorbuto, caratterizzato da gengive sanguinanti, emorragie e morte. Nel corso degli anni si trovano poi altre segnalazioni di patologie simili da parte degli antichi Egizi nel 1500 A.C. e, successivamente nel periodo delle Crociate. Bisognerà aspettare però fino al 1912 quando il biochimico Sir Fredrick Hopkins riesce a isolare quelle che saranno poi chiamate Vitamina A e Vitamina D: sarà proprio lui, insieme a Christiaan Eijkman, a essere premiato nel 1929 con il premio Nobel per la medicina e la fisiologia. Nonostante ciò è ancora lunga la strada da percorrere per capire completamente il ruolo e le funzioni della Vitamina D. Ciò che è certo è che la Vitamina D non sia una Vitamina, ma il precursore di un potente ormone che struttura steroidea che svolge diverse azioni complesse nel nostro organismo. Viene definita come un gruppo costituito da 5 pro-ormoni liposolubili, identificati nelle vitamine D1, D2, D3, D4 e D5.

Solitamente si pensa che la Vitamina D sia presente solo in alimenti quali i latticini, le uova, l’olio di fegato di merluzzo, il salmone e così via. Non tutti sanno però che è sufficiente una regolare esposizione alla luce solare per 10 minuti al giorno per consentire al nostro organismo di produrre Vitamina D. Per questo motivo l’integrazione alimentare della vitamina D dovrebbe essere consigliata soltanto in caso di reali carenze, di particolari condizioni fisiche, o nell’impossibilità dell’esposizione regolare alla luce del sole. L’esposizione al sole consente infatti all’organismo di sintetizzare una forma di Vitamina D “superattiva”, utile nella prevenzione di malattie come alcuni tipi di tumore, l’osteoporosi, le patologie autoimmuni e non solo. 

Che cosa può impedire all’organismo di produrre la Vitamina D superattiva? 

Attenzione, un’insufficiente esposizione al sole può impedire all’organismo di produrre la Vitamina D superattiva. Ma non solo. Ci possono essere anche casi in cui l’assunzione di alimenti che, pur contenendo una forma di Vitamina D alimentare, impediscono la produzione della Vitamina D superattiva da parte dell’organismo: ad esempio latticini e cibi che contengono proteine animali. Se il livello di Vitamina D superattiva è basso si va incontro al rischio di numerose patologie, con particolare riferimento ad alcune forme tumorali, ad infezioni virali ed ovviamente ad osteoporosi. Inoltre la Vitamina D permette l’assorbimento del calcio a livello intestinale: il calcio è fondamentale per mantenere le ossa salde soprattutto durante l’età adulta. 

I cibi che non dovrebbero mai mancare sulla nostra tavola sono: salmone, aringhe, pesce azzurro, uova, funghi, soia e derivati, olio di fegato di merluzzo, frutti di mare. Tenete presente che il fabbisogno giornaliero è di 10 mg. 

Nel caso di carenza di Vitamina D possono derivare una serie di problemi come un’alterata funzione muscolare, un crescente rischio di fratture della testa del femore (soprattutto per le donne), patologie scheletriche come l’osteomalacia e l’osteoporosi nell’anziano e il rachitismo nel bambino. Aumentano inoltre i rischi di patologie parodontali, di infezioni virali (come la semplice sindrome influenzale) e, come detto in precedenza, di sviluppare carcinomi in quanto la Vitamina D sembra essere in grado di regolare la proliferazione cellulare ed inibire l’angiogenesi.